I fondi “finti” attivi ma dai “reali” costi elevati!

Parliamo di mercati….mercati finanziari……risparmio gestito…..fondi attivi…….mercati competitivi e quindi più efficienti…….o no??!!

NO!!!

In questi mercati purtroppo è sempre presente una buona fetta di fondi che si definiscono attivi ma che in realtà sono veri e propri fondi passivi mascherati (possiamo chiamarli così visto che siamo in periodo di Carnevale) da strumenti a gestione attiva: sono i cosiddetti “closet tracker”.

Questo fenomeno è più diffuso di quanto si immagini, in maniera significativa anche nell’industria italiana del risparmio gestito.

In particolare l’ESMA (European Securities and Markets Authority ) nel febbraio del 2016  ha messo in guardia gli investitori: nel suo “statement”  ha rilevato l’esistenza di pratiche di “closet indexing” o di “index hugging” di OICR europei, pratiche che si verificano quando i gestori di fondi attivi dichiarano nel cosiddetto KIID e relativa documentazione informativa di adottare una metodologia di gestione attiva e cioè di operare con un significativo scostamento rispetto ad un determinato benchmark, mentre in realtà la gestione risulta allineata o senza particolari scostamenti rispetto al benchmark stesso.
L’anno passato, esattamente con l’Avviso n. 0046340 del 19 maggio 2016, anche la Consob ha dato conto della posizione adottata dall’ESMA sul punto, evidenziando le raccomandazioni formulate dall’ESMA e, in particolare, quelle rivolte ai gestori, “di fornire una corretta rappresentazione degli obiettivi di investimento e del grado di rischio del portafoglio, avendo specifico riguardo al grado di scostamento delle scelte di investimento rispetto al benchmark” e agli investitori “al fine di addivenire ad una decisione di investimento informata e di considerare tutte le informazioni che vengono rappresentate nella documentazione d’offerta”.

La differenza di costo tra i fondi di gestione attiva e passiva può avere un effetto significativo sulla redditività ottenuta dagli investitori nel lungo termine (puoi rendertene conto utilizzando il nostro fee calculator).

Infatti, le maggiori commissioni dei primi sono di solito una delle ragioni che li sfavoriscono se confrontati con le strategie indicizzate. Se poi, come già analizzato in un altro nostro articolo precedente, la gestione attiva non riesce a battere la gestione passiva, questo spiega, in parte, l’aumento inarrestabile che registrano gli strumenti finanziari di gestione passiva, in particolare gli ETF, nei portafogli di investimento degli ultimi anni.

Se definiamo come closet trackers quei fondi con un active share inferiore al 60% (in base alla classificazione stabilita da Cremers e Petajisto nel loro famoso studio del 2009, troviamo che, sulla base dell’analisi effettuata dall’Esma su un campione di 2600 fondi azionari europei (ridotti poi a 1251 per disponibilità di dati), circa il 15-20% degli asset gestiti da fondi di investimento corrispondono a strategie di gestione passiva mascherata.

L’Esma intanto, nonostante le pressioni, “si rifiuta di pubblicare i nomi dei sospetti closet indexer e ha rimandato la questione alle Autorità nazionali.

E quindi……. in Italia??

Il sospetto è che il nostro Paese sia uno degli Stati dove il fenomeno del closet tracking ha trovato terreno fertile. La conferma arriva da uno studio pubblicato da Morningstar, secondo cui il 66% del patrimonio investito nei fondi azionari domiciliati in Italia e specializzati sulle borse europee avrebbe una componente attiva inferiore al 60%, considerata dagli analisti la soglia critica.

L’active share, o componente attiva, misura le differenza in termini di composizione del portafoglio tra un fondo e il rispettivo benchmark; peccato che tra i prodotti domiciliati in Italia solo un terzo abbia questa caratteristica a differenza di Paesi come  Francia (89%), Germania (83,7%) o Spagna (93%).

La ricerca di Cremers, condotta nel 2009 e ripubblicata nel 2015, partendo da un’analisi di 24.500 prodotti, conclude che a livello globale, i closet tracker rappresentano il 26% delle masse gestite attraverso fondi che si dichiarano attivi.

Tra i prodotti collocati in Italia, la percentuale sale al 29% (20% negli Usa, il 27% in Francia e Germania). Ciò che ha dell’incredibile, paradossalmente, è che, in media, il costo complessivo dei closet tracker (2,33%), è in linea o persino superiore a quello dei fondi attivi (2,30%)!!!

Concludendo e riprendendo la prima fase di questo articolo: in un mercato competitivo, la logica conseguenza di questa pratica, evidenziate le conseguenze negative, sarebbe stata che le Case Prodotto di tali fondi si fossero rese conto di questa pratica “mascherata” , abbassando quindi notevolmente i costi annui a carico dell’investitore e avvicinandosi a quelli della gestione passiva………….purtroppo però in Italia, soprattutto a causa di una scarsa “offerta” di trasparenza dei collocatori di tali prodotti, che continuano ad approfittare di  una limitata educazione finanziaria dell’investitore retail, ciò non è avvenuto.

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