Nel 2016 solamente un fondo attivo su cinque ha battuto il suo benchmark di riferimento

Abbiamo analizzato il rapporto di Assogestioni di fine novembre riguardante i numeri del risparmio gestito nel 2016: con i rendimenti quasi a zero sul comparto obbligazionario, a causa prima ad un’economia europea in stallo e poi soprattutto alla politica di Quantitative Easing  adottata dalla Bce per cercare di ridare fiato all’economia stessa, il mondo del risparmio gestito è costantemente cresciuto in termini di raccolta nel corso degli ultimi quattro anni.

Grazie al notevole incremento delle sottoscrizioni nel corso del 2016 (circa 55 miliardi di euro), le masse gestite in fondi in Italia hanno raggiunto l’ammontare di circa 1900 miliardi, dato che diminuisce la distanza dalle masse gestite in Francia pari a circa 3600 miliardi di euro e in Germania (circa 2800 miliardi di euro); la maggior parte della raccolta si è avuta sui fondi comuni aperti collocati dalla società di gestione del risparmio.

Tutto bene quindi? Sicuramente sì per le “Fabbriche Prodotti” di fondi e per chi li colloca sul mercato (Private Banking, reti di promotori finanziari).

Ma se c’è qualcuno che vince, c’è sempre anche qualcuno che perde e, come al solito, a questa ultima categoria appartengono i risparmiatori che, attratti dalla possibilità di ottenere un rendimento maggiore grazie alla gestione attiva di “esperti professionisti”, hanno spostato i loro risparmi su prodotti molto costosi e poco remunerativi rispetto al mercato.

Da un’analisi effettuata da Milano Finanza, infatti, nel corso dell’ultimo anno solamente poco più del 20% dei fund manager italiani ha battuto il proprio benchmark di riferimento.

Questo dato evidenzia l’incapacità da parte di molti gestori “attivi” di battere il mercato: basti pensare che nell’ultimo decennio la media più o meno si è attestata sempre su queste percentuali, tranne nel corso degli anni 2012 e 2013 dove i gestori hanno raggiunto il 40% circa di quota di rendimenti sopra il benchmark  (anni particolari, dovuti essenzialmente alla crisi dell’euro che prima ha fatto salire alle stelle i rendimenti dei titoli di Stato, soprattutto quelli Italiani, e poi, grazie al successivo intervento di Draghi, ha fatto registrare notevoli incrementi dei prezzi dei titoli stessi generando un forte aumento in conto capitale a chi li aveva acquistati su valori di rendimenti elevati).

Ma quello che dovrebbe far aprire gli occhi agli investitori è soprattutto il livello di costi ai quali essi vanno incontro acquistando tali prodotti.

In Italia infatti le commissioni medie sui fondi che vengono pagate dagli investitori sono di gran lunga superiori alla media europea; per citare qualche esempio, il costo medio di un fondo azionario puro è pari al 2,11% circa contro una media europea dell’1’25% circa mentre su un fondo obbligazionario collocato in Italia si attesta poco sopra l’1% contro una media europea intorno allo 0.70%.

Alle commissioni di cui sopra bisogna inoltre aggiungere le commissioni di performance, non comprese,  che possono far lievitare ulteriormente i costi a carico dei risparmiatori.

Senza contare che nelle spese correnti non viene compreso il costo di negoziazione e quindi il turnover che viene applicato sugli strumenti all’interno del fondo stesso che amplificherebbero ancor di più i costi.

Visto che i dati sulle performance dei fondi attivi negli ultimi anni sono chiaramente deludenti rispetto al mercato per le motivazioni di cui sopra, a cosa hanno pensato le società di gestione del risparmio per attirare gli investitori? Ai cosiddetti fondi flessibili.

Tali fondi infatti non hanno l’obbligo di benchmark e quindi non sono confrontabili direttamente con il mercato; in tal modo i collocatori di tali prodotti potranno “vendere” meglio il fondo flessibile all’ignaro investitore, rassicurandolo sul fatto che la flessibilità data al gestore permetterà di affrontare al meglio le oscillazioni dei mercati poiché non avendo alcun vincolo di gestione potranno proteggere il capitale nei momenti negativi.

Il pensiero di per sé è corretto, peccato che se solamente il 20% dei gestori attivi sono riusciti a battere il benchmark in un contesto positivo dei mercati, non vediamo perché dovrebbero fare al contrario in un contesto negativo.

I gestori dei fondi flessibili, infatti, tendono ad avere le stesse emozioni o percezioni dell’investitore e cioè farsi prendere dall’euforia nei momenti positivi oppure essere troppo pessimisti nei momenti negativi.

L’andamento del passato di alcuni fondi flessibili (inizialmente negli anni 2000 altro non erano che fondi azionari ma con la possibilità di proteggere il capitale con l’acquisto di protezioni ribassiste molto care) ha mostrato infatti l’incapacità dei gestori di battere il mercato (a titolo di esempio, dopo il 2008 molti fondi hanno mantenuto una protezione molto elevata e costosa a discapito delle performance positive dei mercati azionari).

Se  osserviamo una rivelazione decennale delle performance di tali fondi, ne risulta ancora una volta che sono stati in pochissimi quelli che sono riusciti a battere il mercato.

Attenzione quindi ai prodotti “di moda” del momento, favorevoli sicuramente alle società prodotto e ai collocatori (profitti da commissioni elevate)….un po’ meno agli investitori.

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